Pedalare nella notte

di Frank Joop (aka Franco Giovannini) e Guy De Fer (aka Guido Ferradini)

Mai sfidare gli dèi, direbbe Prometeo. La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo, direbbe Freak Antoni. Io, quando verso le una di notte, sotto la pioggia, con 8 gradi centigradi ho sentito il violento “stok” di un raggio rotto, mi sono accontentato più prosaicamente di attingere al mio repertorio toscano di moccoli.

Una di notte? Freddo? Pioggia? Raggio rotto? Facciamo un passo indietro. Da tempo io e Guido seguiamo con crescente interesse il mondo ultra-distance. Abbiamo progressivamente aumentato il chilometraggio delle nostre uscite, superando la fatidica soglia dei 200 Km, e fatto qualche esperienza di bikepacking. Nel ciclismo, la lunga distanza richiama un’antica tradizione, quella dei primi Tour de France e dell’Audax Club Parisien, fondato nel 1904 da Henri Desgrange (non a caso, l’ideatore del Tour). Si chiamano ancor oggi Audax le prove di endurance e i relativi brevetti per chi riesce a portarle a termine nel tempo prestabilito. Anche in Italia, grazie all’ARI, esiste un nutrito calendario di eventi, le cosiddette randonnée. Già da tempo con Guido avevamo messo gli occhi sulla Unesco 300, che ci aveva attratto – oltre che per la distanza sfidante (è un brevetto da 300 Km) – per la vicinanza (San Gimignano) e per il fatto che la partenza era prevista alle dieci di sera, ovvero: pedalare tutta la notte! Quando abbiamo visto che, dopo essere stata annullata a causa della pandemia lo scorso marzo, è stata rimessa in calendario, non abbiamo avuto dubbi: dovevamo farla.

E così, eccoci in Piazza Cisterna a San Gimignano, alle dieci di sera di sabato 26 settembre 2020. Davanti a noi, 275 Km con ben poca pianura, 4000 m di dislivello da scalare, frammentati in salite non lunghe e non durissime, ma in gran quantità. Ma soprattutto: la notte, con tutte le incognite della prima volta: avremmo avuto sonno? Quante soste? Come alimentarsi? Avrebbe fatto molto freddo?

Alla partenza. Sullo sfondo, un giustamente teso Guy De Fer e un ingenuamente sorridente Frank Joop, ignaro di quello che a breve sarebbe successo.

In quel fine settimana era previsto l’arrivo della prima perturbazione autunnale, con temperature in forte diminuzione e pioggia. Tuttavia, fino al sabato mattina la notte era preannunciata fredda ma asciutta, con le prime piogge previste per l’ora di pranzo di domenica. Con un po’ di fortuna l’avremmo scampata. Invece, un ultimo sguardo alle previsioni prima della partenza ci rivela una situazione ben diversa: pioggia in arrivo, a breve.

A quel punto non si poteva più tornare indietro. Rincuorati dall’augurio di Giuseppe Leone, Capitano della Nazionale Italiana Randonneurs, siamo partiti insieme al gruppo, una ventina di ciclisti (fra cui una ciclista, che proveniva – e sarebbe tornata, come avremmo scoperto poi – assieme ad altri in bici da Livorno!) immergendoci nella notte rischiarata (argh!) da lampi all’orizzonte, salendo fin dall’inizio verso la prima asperità, il Passo del Cornocchio.

Durante la discesa verso Casole d’Elsa la promessa dei lampi si avvera: inizia a piovere. Non fortissimo per fortuna, ma quanto basta per rendere umida la faccenda, e per consigliarci prudenza in discesa. Ci fermiamo per indossare l’antipioggia, rallentiamo un po’ in discesa e perdiamo leggermente il contatto con altri randonneur, per poi ritrovarli al primo checkpoint, a Rosia, dopo una sessantina di Km. Nonostante la pioggia, stavamo benissimo. L’adrenalina faceva il suo effetto, e ci infondeva fiducia vedere la tranquillità con la quale gli altri partecipanti – più esperti di noi – affrontavano la pioggia e la notte. Breve sosta, timbro, qualche morso alle barrette energetiche – rigorosamente autoprodotte – e ripartiamo..

Qualche chilometro – sempre sotto la pioggia – e accade l’evento che cambia tutto. Apparentemente senza un motivo, durante una lieve discesa, si rompe un raggio della mia ruota anteriore. Ci fermiamo, tolgo i pattini dei freni ma la ruota è così storta che sfrega sulla forcella. Vani i tentativi di raddrizzarla. Gli altri ci sorpassano, ci chiedono cosa è successo ma non possono far niente, un raggio rotto non si ripara facilmente. Che fare? Eravamo comunque già molto distanti da San Gimignano, senza un riparo e soprattutto: la nostra avventura stava andando in mille pezzi. Ero affranto, per me quanto per Guido, con il quale tanto avevamo condiviso la voglia di partecipare. Provo a ripartire comunque. La ruota frena ad ogni pedalata, come se qualcuno mi tirasse da dietro per il sellino. Ma non ci sono molte alternative: stringo i denti, spingo sui pedali, rallento forzatamente il ritmo, ascolto ogni rumore della bici con il timore che si possa rompere un altro raggio. E in più senza freno anteriore, con ancora 200 Km da percorrere su strada bagnata.

E ora siamo in salita, verso Ville di Corsano. Guido fa pazientemente il ritmo, cala il silenzio, tengo la rabbia dentro di me. A un certo punto Guido mi si affianca e mi fa: “soffro per te”. Empatia. Una carezza al morale. Continuiamo a salire, faccio fatica, mi sembra di essere sul Mortirolo. Arriviamo in cima al passo e ci fermiamo per una breve sosta. Sono le due passate. Ha smesso di piovere, bene. Proseguiamo. Improvvisamente alziamo gli occhi: il cielo si è liberato. Incredibile, nitidissimo, stelle dappertutto nel buio più completo. Dall’incubo al sogno. Nonostante tutto, andiamo avanti.

Scendiamo verso Buonconvento. Breve sosta. Fa freddo, e non conviene fermarsi troppo a lungo. Veniamo avvicinati da un gruppetto di nottambuli. Ci chiedono cosa facciamo, si offrono di aiutare. Uno di loro – forse un po’ ubriaco – si avvicina alla mia bici rimboccandosi le maniche e dicendo “te la rimetto a posto io la ruota!”. Declino gentilmente ma con decisione l’offerta (non sembrava un meccanico esperto..) e ripartiamo. Sarà – con l’eccezione di una macchina dei carabinieri e di due cuccioli di lontra (o qualcosa del genere) – il nostro unico incontro notturno.

Da Buonconvento iniziamo un nuovo tratto, prevalentemente in salita. Chissà dove sono gli altri, ci chiediamo. Ormai lontani probabilmente. La nostra velocità era calata parecchio: se nei primi 50 Km avevamo tenuto una rispettabile media di 23 Km/h, i 50 successivi li abbiamo percorsi – soste comprese – a 18 Km/h. Tuttavia, arrivati al secondo checkpoint a San Quirico d’Orcia, dopo un lungo tratto di via Cassia completamente deserta, incontriamo un folto gruppo in procinto di ripartire dopo la sosta. Nonostante tutto non avevamo molto ritardo dunque! Gli organizzatori (ASD Amatori San Gimignano) non avevano una ruota di scorta (non ci speravo ma ho chiesto..) ma ci hanno fatto trovare del caffè caldo che a quell’ora della notte era esattamente quello che ci voleva. Anche qui, ci fermiamo per il breve tempo necessario a rifocillarci, timbriamo e ci rituffiamo nella notte, in direzione di Pienza.

Siamo a quel punto circa a metà. Sono le cinque del mattino, in sella da sette ore. Ormai mi sono abituato al rumore della ruota che sfrega sulla forcella. La situazione sembra non peggiorare. Potremmo farcela. Continuiamo a salire e scendere. Osteria delle Noci, Petroio, Castelmuzio, Montisi, San Giovanni d’Asso. Piccoli borghi deserti e silenti, che attraversiamo osservando ma senza soffermarci. La notte è davvero un’altra dimensione. Una dimensione adatta al ciclismo, come stiamo scoprendo.

Come va? Chiedo a Guido. “Bene ma ho un po’ di sonnolenza”. Ce lo aspettavamo: i più esperti ci avevano avvertito, l’ora che precede l’alba è la più difficile, quella in cui si accumula la stanchezza della notte, e nel nostro caso anche la tensione della prima volta. Ma dura poco: il tempo di percepire che il nero non è più cosi nero, e improvvisamente scorgiamo a est, oltre le colline di Trequanda, il bagliore dell’alba. Che ci infonde nuove energie. Facciamo una breve sosta prima di Asciano, sentiamo che abbiamo bisogno di mangiare qualcosa anche se il prossimo checkpoint è vicino. Scorgiamo a quel punto avanzare in lontananza la figura di un ciclista con giubbotto catarifrangente. Non può essere che uno dei partecipanti, e così infatti è. In un breve scambio ci racconta che, quando si trovava da solo davanti, ha sbagliato strada. Non eravamo ultimi dunque! Non che questo ci importasse, non è una gara ma quando fai una cosa del genere cerchi sempre di farlo al massimo delle tue possibilità, e l’incidente del raggio ci aveva limitato. Non moltissimo in fin dei conti: raggiungiamo il terzo checkpoint, fissato in un bar a Rapolano, dove inaspettatamente ritroviamo gli altri. E’ l’ora della colazione, ne approfittiamo e riusciamo a ripartire assieme al resto del gruppo.

Dopo un tratto in discesa, la strada riprende con lievi pendenze verso Castelnuovo Berardenga. Il cielo è molto nuvoloso, ma non piove. Fa abbastanza freddo. Nella notte la temperatura è scesa fino a 5 gradi, e stenta a risalire. Non ci siamo mai tolti la la mantellina da pioggia, un ulteriore guscio che ha fatto il suo dovere proteggendoci dall’acqua e che ora si rivela ancora utile, soprattutto nelle discese. Saliamo ancora verso Radda, dove è fissato l’ultimo checkpoint. Il gruppo si frantuma in gruppetti più piccoli, ognuno va al suo ritmo sulle salite. Sento arrivare la stanchezza, e quel che è peggio ho dolore a entrambe le ginocchia. A Radda, ormai a 50 Km dall’arrivo, ci fermiamo per il timbro, e per un rapido bar. Sono vicino al limite, ho la vista annebbiata. Guido invece si è ripreso e sembra molto fresco. Ripartiamo, oltrepassata Castellina è tutta discesa, risparmio le forze. Nel falsopiano verso Colle mi metto al minimo, non ho problemi ad andare avanti ma non sono più in grado di cambiare ritmo. Guido invece sta bene e allunga. Sono contento per lui.

Non resta che l’ultimo sforzo, i tre chilometri di salita che portano a San Gimignano. Il cerchio si chiude, la notte ha lasciato il passo al giorno, l’avventura della nostra prima Audax notturna è finita.

Cose che abbiamo imparato

Tante, ma ne scegliamo tre.

Uno. La testa. Nelle lunghe distanze quello che conta. L’allenamento è importante ovviamente, ma la predisposizione mentale lo è ancora di più. Perseveranza e passione. “Come fai a fare 250 km in bicicletta”, chiedemmo qualche tempo fa a Paolo Botti, lo strongman dell’ultradistance italiano .”Abbiate pazienza”, rispose. In effetti, siamo arrivati alla Audax con (relativamente) pochi chilometri nelle gambe (4000 a settembre) e qualche uscita sopra i 150. Ma le esperienze di bikepacking degli ultimi anni ci hanno insegnato a tenere i ritmi giusti, ad alimentarci correttamente e soprattutto a saper pedalare a lungo superando i momenti difficili.

Due. La notte. Non si deve averne paura, (neanche) in bicicletta. Al contrario, la notte può esserti più amica del giorno. D’altronde il silenzio e la solitudine sono compagni abituali del ciclista. La circolazione delle auto è minima o nulla, le poche auto che ci sono le senti e le vedi. Basta avere la giusta attrezzatura, fari adeguati, abbigliamento adatto e protezioni catarifrangenti.

Tre. Il più importante: il valore dell’amicizia. Guido: “Alla partenza non avevo dubbi che Frank ed io avremmo concluso la pedalata. Ma quando, sotto la pioggia battente, a 65 km dalla partenza, nel freddo della prima notte d’autunno, il raggio della ruota di Frank ha ceduto (e non c’era modo di ripararlo) le mie certezze sono crollate. Frank sapeva che senza di lui non avrei mai continuato. E non potevo suggerire nulla. Doveva essere lui a prendere la decisione se e come proseguire. Mentre ansimando avanzavamo, a Frank (che nel frattempo pedalava senza il freno anteriore e una ruota sbilenca) “rendeva omaggio” all’intero pantheon degli dei pagani e cristiani, ho detto l’unica cosa possibile. “Soffro per te”. Provavo solo compassione per la sua situazione. Improvvisamente, nel silenzio e nel buio della notte – mentre entrambi eravamo assorti nei nostri pensieri – Franco mi ha dato un colpo sulla schiena e ha gridato: “andiamo avanti”. E avanti siamo andati. Fino alla fine.

L’evento e Il percorso

La Randonnée Audax Unesco 300 è organizzata annualmente dall’ASD Amatori San Gimignano (che ringraziamo, anche per l’indimenticabile caffè notturno) e viene pubblicata sul sito ARI. Il percorso misura 275 Km per circa 4300 m di dislivello, e se completato entro le 20 ore dà diritto al brevetto BRM/ACP (Brevet Randonneur Mondiaux / Audax Club Parisen) 300 Km (maggiori info sui brevetti Audax qui). La traccia ufficiale della Randonnée è disponibile sul sito OpenRunner.

Quest’anno, viste le condizioni meteo avverse, l’organizzazione ha consigliato il taglio di una parte del percorso, per cui il totale risultante è stato di 266 Km con 4000 m di dislivello. L’abbiamo completato in meno di 14 h, in maggior dettaglio:

  • Tempo totale trascorso: 13h 55m
  • Tempo in movimento: 12h 18m
    ovvero:
  • media totale (pause comprese): 19,1 Km/h
  • media in movimento: 21,6 Km/h
  • percentuale di movimento: 88%
  • pause totali: 1h 27m

Kit List

Può essere utile sapere cosa ci siamo portati dietro. C’è sicuramente chi è più spartano, ma alla fine della lista sotto cambierei poco. L’abbigliamento è invernale, ma d’altra parte le temperature notturne lo erano. Da valutare per la prossima volta un food pouch per un accesso più rapido al cibo.

Dispositivi e accessori elettrici

  • 1 cavo USB (per Garmin 520 – usato durante la prova)
  • 1 cavo USB C (per smartphone – non usato durante la prova)
  • 1 Power Bank Anker Astro E1 da 6700 mAh, usato per ricaricare il Garmin a metà percorso.
  • 1 Faretto anteriore USB con staffa Soonfire FD38S 1870 lumen (sufficiente per la notte dalle 22 alle 7).
  • 1 Faretto posteriore USB (Apacevision GuardG3X, eccellente, durata più che sufficiente oltre le 20 ore!).
  • 1 Faretto posteriore Leyzne (di riserva, non usato).1
  • 1 Torcia frontale con 3 pile AAA (come backup, non è stata necessaria)
  • 1 Ciclocomputer Garmin 520, con mappa e traccia caricata.
  • 1 Fascia cardio
  • 1 Smartphone

Attrezzi e ricambi

  • 1 Minipompa
  • 1 Kit di riparazione camera aria
  • 1 Camera aria di riserva
  • 1 Multitool (utile per smontare i freni e per provare a stringere i raggi dopo l’incidente).

Accessori

  • 1 occhiale antivento + lenti removibili tipo hydrotac
  • 3 borracce, usate due

Abbigliamento

Partenza (ore 22 del 29/9, 10°)

  • Baselayer termico invernale a mezze maniche
  • Jersey Rapha Brevet Lightweight (mezze maniche)
  • Giacca windstopper Sportful Bike Bodyfit Pro
  • Pantaloncini Assos
  • Calzini Danish Endurance
  • Guanti Isadore Merino
  • Scarpe
  • Casco
  • Cappellino
  • Giubbutto catarifrangente

Indossato successivamente

  • Giacca Gore Shakedry (per pioggia, ottima tenuta e traspirazione, poi tenuta fino alla fine)

Non indossato

  • Copriscarpe impermeabili (avrei dovuto metterli!)
  • Manicotti
  • Gambali (anche questi se li mettevo era meglio)

Documenti

  • Carta identità
  • Carta di credito
  • Patente
  • Tessera sanitaria

Cibo

  • 4 barrette da 100 g 300 kcal autoprodotte (3 mangiate)
  • 2 panini (mangiato uno)

Borse

  • Apidura Expedition Saddle Pack 14 L (ok anche più piccola, ma ho questa).
  • Topeak Toploader top bag